Forti, astute e coraggiose: fiabe e ballate popolari italiane
La bella Giovanna (Toscana)
Liberamente tratta dalle novelle di Gherardo Nerucci
C’era una volta un contadino che aveva una figlia di nome Giovanna, molto bella ed anche molto furba e spiritosa. Era sempre invitata alle feste, perché sapeva intrattenere gli ospiti meglio di chiunque altro.
Nella regione vicina viveva un Re che aveva una figlia, altrettanto bella, ma che era proprio il suo contrario, perchè era sempre triste. Un giorno il Re, venuto a sapere di Giovanna, la mandò a chiamare. Il padre della ragazza si spaventò moltissimo; pensava infatti che Giovanna si fosse comportata in modo insolente. Ma poi le disse:
“Vestiti bene, mettiti un paio di scarpe e un vestito pulito! E l’arcolaio lascialo qua!” Ma Giovanna, rispose: “ Io non ho mai portato un paio di scarpe, e il mio arcolaio me lo porto dietro!”
Quando Giovanna giunse al palazzo del re, chiese subito di parlare con la figlia del re. Conosceva infatti il motivo per cui il re l’aveva chiamata. Le guardie non volevano lasciarla passare, ma lei non si lasciò intimidire, tanto che alla fine esse la lasciarono passare. Il re la fece accomodare nella stanza di sua figlia. Benché le due ragazze fossero diversissime, si piacquero subito. E Giovanna con le sue chiacchiere e le sue storielle riuscì a far divertire la principessa, che scoppiò in una sonora risata.
Passarono i giorni e il palazzo risuonava delle loro allegre risate. Le due fanciulle erano diventate ormai amiche inseparabili. Il re, contentissimo, ricoprí Giovanna di doni e di favori: le regalò stupendi vestiti e chiamò i migliori maestri, affinché le insegnassero le varie arti. Così Giovanna imparò a vivere in mezzo al lusso e alle ricchezze.
Ma dopo qualche tempo si stancò di quella vita troppo cerimoniosa. In cuor suo era rimasta una “contadinella” che amava la libertà e la vita di campagna. E un giorno, mentre passeggiavano, chiese alla principessa: “ Ma non sei stanca di vivere sempre in questa gabbia dorata? Perché non facciamo un viaggio? Magari per conoscere nuovi paesi e nuove persone?
“ Mio padre non ci lascerebbe mai viaggiare da sole! – rispose la principessa.
“Allora digli che ci faccia accompagnare da dieci damigelle! Chi vuoi che osi fare del male a dodici ragazze?!”
Il re dapprima non ne volle sapere: “Sono vecchio e voglio che mia figlia resti con me! E poi da quando in qua le donne se ne vanno in giro da sole?! Cosa direbbe la gente? “
Ma Giovanna tanto disse e tanto fece, che alla fine riuscì a convincere il Re a lasciarle partire. Così qualche giorno dopo una bella carrozza con dodici damigelle a bordo, partì per il famoso viaggio. Nei primi giorni le damigelle visitarono i palazzi della regione vicina, poi decisero di visitare una grande città e presero alloggio in un albergo. Andavano alle feste, ai ricevimenti, facevano meravigliose gite, insomma se la godevano proprio. E tutti in città parlavano delle belle sconosciute, di cui non conoscevano la provenienza.
Un giorno Giovanna, mentre faceva le pulizie nella stanza della principessa, scoprì dietro un quadro sulla parete una finestrella, che dava su una cucina, piena di ogni ben di Dio. Un cuoco era indaffarato dietro ai fornelli, per preparare un pranzo regale. L’albergo infatti era situato proprio accanto al palazzo reale, dove abitava il re di quella cittá. Mattacchiona com’era, Giovanna decise di tirare uno scherzetto al cuoco. Appena questo si allontanò un attimo, lei si arrampicò agile come un gatto sulla finestra e con un salto fu in cucina. Riempí un paniere delle migliori pietanze, e il resto lo cosparse abbondantemente di sale. Poi silenziosamente se ne fuggì da dove era venuta, e rimise subito il quadro al suo posto.
Alla sera le dodici damigelle si godettero una cenetta succulenta, senza però riuscir a sapere come aveva fatto Giovanna a procurare quelle buone cose.
Proprio quella sera il re aveva degli ospiti molto importanti, i quali non assaggiarono nemmeno la minestra, tanto era salata e se ne andarono. Il re si arrabbiò molto con il cuoco e lo fece gettare in prigione per due giorni. Dopo una settimana gli ospiti ritornarono. Ed anche questa volta la bella Giovanna tirò lo stesso scherzetto al cuoco.
Questa volta il re si infuriò moltissimo con lui e voleva farlo decapitare sulla piazza grande davanti a tutto il popolo. Ma il cuoco giurò che non era stato lui a salare le pietanze. E chiese al re di poter scoprire chi si era introdotto in cucina, prima di farsi tagliare la testa. Il re acconsentì e decise di fare egli stesso la guardia. Si nascose così in un armadio a muro, e quando Giovanna aprì la finestra e scivolò in cucina, il re saltò fuori e l’afferrò per un piede gridando:”Adesso ti ho preso, ladruncola! Me la pagherai!” Giovanna rispose prontamente: “Non sono una ladra, maestà, volevo solo tirare uno scherzetto al cuoco! Perdonatemi, vi prego,!”
Il re, colpito dalla sua bellezza, non solo la perdonò, ma invitò lei e le sue amiche a venire a cena al palazzo, insieme ad altri undici cavalieri suoi amici.
Quando Giovanna raccontò la sua avventura alle altre damigelle, queste si divertirono da matti e risero a crepapelle. Ma Giovanna, che come sapete non era stupida, aveva capito che il re in realtà voleva solo vendicarsi di lei. Così si procurò dodici bottiglie di vino, a cui aggiunse del sonnifero, da portare in regalo al re ed ai suoi amici.
La sera dell’invito ogni fanciulla ricevette un posto d’onore accanto ad un cavaliere, e Giovanna si sedette accanto al re. Con i suoi scherzi e le sue storie galanti essa riuscì ad intrattenere tutta la tavolata e sul più bello della festa, offrì in regalo ai cavalieri e al re le dodici bottiglie di vino. Ed essi dovettero berle tutte in onore delle dame che sedevano al loro fianco. Così non passó molto tempo che caddero tutti in un sonno profondo. A questo punto la terribile Giovanna tirò fuori un paio di forbici e ad ognuno di loro tagliò un pezzo di barba. Poi le fanciulle fuggirono all’albergo, fecero le valigie e partirono immediatamente.
Il giorno dopo, quando i cavalieri si svegliarono e si accorsero di quello che era loro capitato, giurarono vendetta. Si travestirono da pellegrini e si misero sulle tracce delle ragazze, con il re in testa. Verso sera li re–pellegrino bussò al portone di una villa, dove le ragazze intanto si erano fermate, e chiese alloggio per una notte. Giovanna gli aprì, senza riconoscerlo e lo fece accomodare accanto al camino. Il pellegrino, per ringraziarla dell’ospitalità, gli offrì un cesto pieno di mele. Giovanna portò il cesto alle amiche, ma subito sospettò di qualcosa. Allora di nascosto aprì la porta della cucina e vide il “pellegrino” affacciato alla finestra che borbottava qualcosa sottovoce a qualcuno. Senza esitare la ragazza si precipitò verso di lui e lo scaraventò giù dalla finestra. Per sua fortuna il re non si fece alcun male, perché era finito su un cespuglio, e perse solo i sensi. I suoi amici lo portarono subito al palazzo. Arrivato lì, egli si ammalò così gravemente, che nessun medico riusciva a curarlo. Allora Giovanna, travestita da medicus-pellegrino, si recò a palazzo e chiese di poter andare a curare il re. Entrò nella sua stanza e mandò fuori tutti. Poi prese una frusta e diede una bella frustata al malato, finchè egli perse conoscenza. Infine lo mise sotto le coperte e se ne andò. Quando il re si riprese, voleva vendicarsi di Giovanna, ma si accorse anche di essere fortemente innamorato di lei. Cosa fare ?
Il re alla fine decise di andare nel paese vicino a chiedere la mano della ragazza. Giovanna accettò ben volentieri la proposta di matrimonio e partì tutta felice sulla carrozza insieme al suo futuro sposo. Arrivata al palazzo, però, temendo un tranello di vendetta da parte del re, ordinò subito ai suoi servitori di preparare un pupazzo di pasta di pane della sua stessa grandezza. Lo mise nel letto matrimoniale dal lato dove avrebbe dovuto dormire e disse al re che quella sera voleva la luce spenta. Alla sera, mentre il re si infilava sotto le coperte, Giovanna senza fare rumore si distese per terra sotto il letto. Poi il re si girò verso Giovanna - pupazzo dicendo: “Oh, mia amata Giovanna, tu mi hai così spesso umiliato ed offeso, è ora che tu mi chieda perdono!”
Giovanna, da sotto il letto, disse: “Non ho niente di cui pentirmi! Lo rifarei oggi stesso!”
Il re furioso, tirò fuori la spada e cercò di colpire il pupazzo. Poi spaventato per quello che aveva fatto e fuori di sé per il dispiacere, si precipitò fuori dalla stanza e chiamò in aiuto i suoi servitori.
Intanto Giovanna si era sporcata la fronte di sangue di porco e quando il re ritornò per vedere come stava, disse che voleva starsene in pace per almeno tre giorni e che nessuno doveva disturbarla.
Dopo di allora i due vissero senza litigare e più felici che mai, il re non pensò più alla vendetta e la bella Giovanna diventò una regina felice e fortunata.
Perina (Italia - Lombardia)
Liberamente tratta da ‘ Fiabe italiane’ , di I. Calvino:
anche nella mia raccolta di fiabe 'Alberi incantati. Fiabe dal mondo', ed. Praxis3, 2005.
Un povero contadino aveva un albero di pere, che ogni anno gli regalava quattro belle ceste di pere. Un anno però l’albero gliene fece solo tre e mezzo. Come fare? Il re pretendeva, come sempre, quattro ceste piene!
Così la più piccola delle sue figliole, che era la più furba e la più curiosa del mondo, si infilò nella quarta cesta. Fu coperta ben bene con foglie e rami e trasportata insieme alle pere al palazzo del re.
Quando le ceste furono deposte nella dispensa del Re, la bambina uscì fuori dalla cesta e si mise a rosicchiare le pere, perché aveva fame. Dopo non molto i servitori si accorsero che le pere diminuivano e trovarono anche i torsoli.
- Ci dev’essere un topo o una talpa che rosicchia le pere ! – dissero.
Ma frugando nella dispensa non trovarono né topi, né talpe, bensì la bambina tutta tremante, ranicchiata dietro il mucchio di pere.
Fecero tanto d’occhi e dissero: - Che ci fai qui tu?
La ragazzina se ne stette zitta senza rispondere.
- Ah, ti manca la lingua!? Bene, bene, allora verrai con noi a servire nella cucina del Re!
E la chiamarono ‘Perina’.
Perina era una bambina così abile, che in poco tempo sapeva fare le faccende molto meglio delle serve del Re; ed era tanto graziosa e carina, che tutti le volevano bene.
Passarono alcuni anni, Perina diventava sempre più graziosa, e il figlio del Re, che aveva la sua stessa età, veniva spesso a trovarla e ad intrattenersi con lei.
Ma le serve in cucina, che morivano d’invidia, incominciarono a parlare male di lei, spargendo la voce che Perina si vantava di essere capace di andare a rubare il tesoro delle streghe.
Il re, quando sentì questa cosa, la mandò a chiamare e le disse :
- È vero che vai dicendo che saresti capace di andare a rubare il tesoro delle streghe ?
- No, io non ho mai detto niente di simile, Maestà! - rispose Perina spaventata.
Ma il re insistette:
- La parola data bisogna mantenerla e finché non troverai il tesoro delle streghe non potrai mettere più piede qui dentro!
La ragazza si mise in cammino tutta triste, senza sapere dove andare. Cammina e cammina, venne notte. Passò davanti ad un albero di melo e non si fermò. Passò davanti ad un pesco e non si fermò. Passò davanti ad un albero di pero, guardò in su, poi s’arrampicò sopra. Mangiò un paio di pere, perché aveva fame, e s’appollaiò tra i rami e dopo un istante s’addormentò.
Al mattino ai piedi dell’albero c’era una vecchina.
- Che ci fai lassù, bella figliola ? - le chiese la vecchina.
E Perina le raccontò tutta la sua storia.
- Tieni questi tre libbre di saggina, queste tre libbre di pane e queste tre libbre di strutto e va’sempre avanti per questa strada e non ti preoccupare! – disse la vecchia.
Perina la ringraziò molto e proseguì il cammino.
Arrivò in un luogo dove c’era un forno e vicino ad esso c’erano tre donne che si strappavano i capelli e con questi spazzavano il forno.
Perina ebbe compassione di loro e regalò loro le tre libbre di saggina. E così esse cominciarono a spazzare il forno con la saggina e la lasciarono passare.
Cammina e cammina, arrivò in un luogo dove c’erano tre cani in mezzo alla strada che abbaiavano alle persone e non lasciavano passare nessuno.
Perina gettò loro le tre libbre di pane. I cani si sfamarono e la lasciarono passare.
Cammina e cammina, arrivò ad un fiume dall’acqua rossa come il sangue.
- Come farò ad attraversarlo? – pensó Perina.
Ma poi si ricordò che la vecchina le aveva raccomandato di dire le seguenti parole:
- Acquetta, bell’acquetta, se non avessi fretta, io ne berrei una scodelletta !
Così pronunciò quelle parole. Ma il fiume continuava a scorrere veloce, come se non avesse sentito. Allora Perina ripete a voce più alta:
- Acquetta, bell’acquetta, se non avessi fretta, io ne berrei una scodelletta!
Ed ecco che il fiume si ritirò e lasciò passare la ragazza.
Al di là del fiume Perina vide uno stupendo palazzo, così grande come mai ne aveva visti in vita sua e capì subito che si trattava del palazzo delle streghe. Ma il portone si apriva e si chiudeva così in fretta, che nessuno ci poteva entrare.
Perina allora con le tre libbre di strutto unse i cardini del portone, che cominciò ad aprirsi ed a chiudersi dolcemente.
Entrata nel palazzo, vide la cassetta del tesoro su un tavolino. La prese e fece per scappare via, quando la cassettina, che era magica, incominciò improvvisamente a parlare e gridò:
- Porta ammazzala, porta ammazzala!
- Io no che non la ammazzo, io no che non l’ammazzo! - rispose la porta. - Perché da tanto tempo nessuno mi ungeva, lei sola mi ha unta !
Perina arrivò al fiume e la cassettina gridò di nuovo : - Fiume, affogala, fiume affogala !
Ma il fiume rispose: - Io no che non l’affogo, io no che non l’affogo! Perché lei mi ha detto “Acquetta, bell’acquetta”! Nessuno mi aveva mai detto parole così dolci prima d’ora!”
Arrivò dai cani e ancora la cassetta gridò : - Cani mangiatela, cani mangiatela ! -
Ma i cani risposero : - Noi no che non la mangiamo, noi no che non la mangiamo! Perché lei ci ha dato tre libbre di pane!
Quando Perina passò davanti al forno, la cassetta gridò:- Forno, bruciala, forno, bruciala! -
Ma le donne che stavano lì dappresso risposero: - Noi no che non la bruciamo, noi no che non la bruciamo! Lei ci ha dato tre libbre di saggina e così noi non dobbiamo più strapparci i capelli per spazzare il forno!
Appena fu vicina a casa Perina, curiosa come tutte le ragazzine e i ragazzini di questo mondo, volle vedere cosa c’era nella cassettina. L’aprì e da essa saltò fuori una gallina con i pulcini d’oro. Perina si mise a rincorrerli, ma essi zampettavano via così veloci, che non riusciva a raggiungerli.
Passò davanti all’albero di melo e non li trovò, passò davanti all’albero di pesco e non li trovò, passò davanti all’albero di pero e lì sotto vide la vecchina che aveva incontrato all’andata, con una bacchetta in mano, che pascolava la gallina con i pulcini d’oro.
- Sciò, sciò ! - disse la vecchina battendo le mani, quando vide arrivare la ragazza. E la gallina rientrò nella cassettina con tutti i suoi pulcini.
Perina tutta felice si avviò verso casa con la cassettina sotto il braccio.
Ad un certo punto, vide venirle incontro il figlio del Re, che le disse con un sorrisetto:
- Quando mio padre ti chiederà che cosa vuoi in regalo, tu digli che vuoi la cassa di carbone che c’è in cantina.
Arrivata al palazzo, tutti gli abitanti della reggia l’aspettavano e applaudirono esultanti. Perina tutta trionfante diede al re la cassettina con la gallina ed i pulcini d’oro.
- Domanda quello che vuoi ! - disse allora il Re. E Perina rispose:
- La cassa piena di carbone che c’è in cantina !
- Se non desideri altro… - replicò il re.
I servitori andarono immediatamente a prendere la cassa in cantina e la deposero ai piedi della ragazza.
E quando essa l’aprì, ci saltò fuori il figlio del Re, il quale, presa per mano Perina e rivolto a suo padre, disse:- Padre mio, Perina mi sta proprio simpatica, noi due ci vogliamo bene, ed io voglio sposarla!
Il Re fu ben felice che il suo figliolo sposasse una ragazza così furba e così carina. Di lì a poco si celebrarono le nozze che durarono tre giorni e tre notti; si mangiò e si bevve a volontà e si ballò a non finire, finché alla fine del terzo giorno tutti si lasciarono cadere a terra stanchi morti e si addormentarono.
Quando si svegliarono, Perina ed il Principe non c’erano più. I servitori provarono a cercarli dappertutto, ma non li trovarono da nessuna parte.
Dopo quel lungo sonno infatti, i due avevano cominciato a sentire un po’ di fame, erano saliti su un pero, e lassù, nascosti tra il fogliame, si godevano in santa pace i dolci frutti dell’albero.