Donne sagge, donne selvatiche, donne beate.
La donna nelle leggende alpine e dolomitiche
Hanno nomi e volti diversi: sono Salighe, Salvarie, Anguane, donne dei boschi, ninfe delle sorgenti, maghe guaritrici, contadine sagge e madri amorevoli. Sono Berchta, Gstampe, Trute…, creature terrifiche, angoscianti, streghe. Giunte a noi attraverso i millenni, come aspetti distinti e contrapposti della Natura: luce e tenebre, vita e prosperitá, distruzione e morte.
E poi Tanna, Samblana, Chelina…, l’eco sbiadito e lontano di un tempo ancor più lontano, quello delle grandi Dee Madri e della Dea Bianca, in cui tutto faceva ancora parte del Tutto.
Attraverso la narrazione di leggende alpine, conosceremo alcune di queste figure ed ascolteremo il fascino della loro voce.
SAMBLANA, REGINA DELL'ANTELAO
Leggenda dolomitica di K. Felix Wolff, tratta da
"FIABE D'INVERNO". Fiabe e leggende delle Alpi, dell'Europa centrale e orientale e del grande Nord. Tradotte, narrate e illustrate da Maria Paola Asson, ed. CIERRE, Sommacampagna, 2011.
Come ben saprete, un tempo vivere e lavorare tra le montagne non era uno scherzo, era molto più duro e pericoloso che al giorno d’oggi, non c’erano mezzi di trasporto, né yeep, né elicotteri, che aiutassero gli uomini a raggiungere e a superare le cime, a collegare le valli tra loro.
Tutti andavano a piedi, e trasportavano le loro merci a cavallo e d’inverno con la slitta. Si faceva tanta fatica, e qualcuno ci lasciava anche le penne, lassú tra le montagne, specialmente d’inverno!
Delle forze naturali tutti avevano un sacro timore, per i pericoli che esse potevano nascondere, sia l’acqua dei fiumi, che il cielo con i suoi temporali, le montagne, i ghiacciai, le valanghe…
E´di questi tempi lontani che parla questa leggenda, vecchia migliaia di anni..
Essa narra di un gigantesco ghiacciaio, situato nelle Dolomiti Ampezzane, chiamato “Antelao”.
L’Antelao era temuto da tutti, perché sulle sue cime si scatenavano con una violenza incredibile temporali terribili e perché per ben due volte frane e slavine, rotolando fino a valle, avevano seppellito un intero paese. All’arrivo dell’autunno contadini e pastori si guardavano bene dall’avventurarsi troppo in alto sulle sue pendici, per non essere sorpresi dalle prime bufere di neve.
C’era però qualcuno che avvisava gli uomini degli imminenti pericoli della natura: erano due ragazze, due gemelle per la precisione, che all’inizio dell’autunno comparivano all’improvviso sui ghiaioni, ai piedi delle rocce. Esse venivano ad annunciare ai montanari l’arrivo delle tempeste di neve e del gelo.
A volte mettevano in guardia anche dall’arrivo della poiana, ombra scura e silenziosa che scendeva fulminea dalle pendici dei monti e volava sui i greggi per scegliersi l’agnellino più indifeso. Le gemelle, che conoscevano esattamente il luogo in cui i rapaci avevano il nido e l’ora del giorno in cui essi uscivano a caccia, cercavano sempre di avvisare i pastori, in modo che questi potessero difendere il loro gregge. Allora essi lanciavano forti grida e con il bagliore dei loro coltellini, esposti ai raggi del sole, mettevano in fuga i rapaci. I montanari ricompensavano le ragazze per l’aiuto ricevuto, mostrando loro i posti in cui crescevano le fragole e i lamponi, di cui esse andavano ghiotte.
Tutti le amavano e le rispettavano. Le si poteva incontrare soprattutto al mattino presto, quando i prati erano ancora coperti di rugiada. Appena qualcuno le scorgeva, doveva fermarsi e salutarle gentilmente, perché esse erano le messaggere di Samblana, la grande e potente signora dell’Antelao.
Samblana era la regina dei ghiacci eterni e aveva scelto la cima del ghiacciaio come sua dimora preferita. Il suo immenso e splendente vestito bianco ricopriva le rocce e le nevi del ghiacciaio. Una innumerevole schiera di piccole fanciulle le reggeva il pesante velo. Erano le anime dei morti, che aspettavano di poter attraversare la porta che conduceva nel regno dei Beati e che si trovava proprio lassù, tra le rocce e le nevi dell’Antealo, quel monte così alto, che sembrava toccare il cielo.
Samblana le proteggeva sotto il suo gigantesco mantello e ad ognuna di esse regalava un pezzetto del suo vestito lucente, affinché quando era giunto il loro tempo, ognuna di esse potesse salire nel regno dei Beati, avvolte in una piccola aureola di luce.
Con lo sciogliersi delle nevi e dei ghiacci, ed il sole che splendeva caldo nel cielo, il vestito di Samblana diventava sempre più corto, sicchè alla fine dell’estate il suo bianco velo ormai non toccava più la terra, e lasciava intravedere i verdi pascoli ai piedi della grande montagna.
Samblana possedeva una misteriosa pietra blù, la Rajeta. Con questa pietra essa raccoglieva, come in uno specchio magico, i deboli raggi del sole invernale per distribuirli negli angoli più oscuri e più remoti delle valli, in modo che i loro abitanti potessero godere di un po’ di luce.
Ai piedi del ghiacciaio c’era anche un laghetto, dedicato a Samblana, il lago “Thigolye” (1), dove crescevano delle cipolle miracolose, le cipolle di Samblana, che si diceva guarissero da ogni malattia.
Quando il grande velo di Samblana sará consumato, così narra ancora la leggenda, inizierá il “tempo promesso”, quello della felicitá eterna. Allora la regina dell’Antelao salirá anche lei sopra le nuvole, oltre i ghiacci, a passeggiare per sempre tra i beati.
Ma prima di quel tempo molto molto lontano, le gemelle dovranno camminare ancora a lungo nei boschi, per dare buoni consigli agli uomini, all’arrivo della primavera e soprattutto nel tardo autunno, quando la prima tempesta di neve soffia sulle malghe deserte.
Alle gemelle spetta anche il compito affidato loro da Samblana di portare ai principi la Rajeta, affinché gli uomini sappiano distinguere la luce dall’ombra.
(1) Thigolye / zigole / cipolle
LE SALIGHE
Le Salighe erano le donne dei boschi, molto belle e molto gentili. Abitavano in queste zone delle Dolomiti fin dall’antichità.
Anche qui nei dintorni si raccontavano un tempo molte storie di salighe, a S. Andrea, a Eores, a Scaleres. Nella valle di ScalereS esse vivevano nella parte dell’ombra, tra le boccette nel bosco fitto.
Ogni tanto scendevano a valle e si fermavano nelle case dei contadini, a chiedere ospitalità o qualche cosa da mangiare. Se venivano ospitate e trattate bene, li aiutavano a rastrellare il fieno nei campi con i loro rastrelli d’argento o insegnavano loro a fare un ottimo formaggio. Nelle case in cui entravano portavano benedizione, fortuna e benessere e tutto andava per il meglio.
Qualche volta si sposavano anche con un abitante della valle, ma nessuno doveva conoscere il loro nome: Si racconta che se le chiamavano per nome, sparivano e se ne tornavano nei boschi, da dove erano venute e non si facevano più vedere e nessuno sa perché.
Quando se ne andavano via, qualche volta regalavano una matassa di canapa o di lino, il cui filo non si consumava mai.
Ma se venivano mandate via in malo modo, allora si vendicavano e invece che prosperità e fortuna, auguravano disgrazie.
La Saliga della Val Seccata
Liberamente tratta da "Fiabe del Trentino Alto Adige", di Brunamaria Dal Lago, Oscar Mondadori
In una stretta gola vicino al paese di Santa Cristina, in Val Gardena, viveva un tempo una graziosa saliga dotata di prodigiosi poteri.
Verso la fine della primavera un giovane pastore si avventurò in questa valle in cerca di verdi pascoli per le sue mucche. Nel vederlo la saliga provò subito simpatia per lui e per aiutarlo fece sgorgare dal terreno roccioso un fresco ruscello. La zona si ricoprì come per incanto di meravigliosi prati e il giovane vi costruì una piccola malga per l’estate. Ogni tanto la premurosa fanciulla andava a trovarlo per insegnarli a preparare il burro e il formaggio o a aiutarlo nelle faccende domestiche.
Alla fine dell’ estate il pastore ritornò in malga accompagnato da una ragazza, la sua fidanzata. La donna, nel vedere la saliga, punta dalla gelosia, la scacciò via in malo modo.
La saliga abbandonò immediatamente la malga e sparì nel bosco. Verso sera, raggiunta la cima della montagna, si girò un’ultima volta verso valle, come per salutare il pastore. In mano aveva un rastrello d’oro che brillava nel sole del tramonto.
Da quel giorno la magica sorgente smise di far scaturire la sua fresca acqua e la valle si seccò tutta e tornò a a ricoprirsi di roccia e di sassi.